P. Francesco Antonio Santori

Francesco Antonio Santori (*) nacque da povera famiglia nel 1819 a Picilìa/Santa Caterina Albanese, in provincia di Cosenza. Entrato a San Marco Argentano nell’ordine dei Francescani Riformati, vi ottenne incarichi prestigiosi, ma nel 1860 preferì ritirarsi nel paese natale, dove si ridusse, per vivere, a dare lezioni private e a costruire ingegnosi attrezzi artigianali. Nel 1876 ottenne l’incarico di parroco a San Giacomo di Cerzeto, ove morì nel 1894.

La sua fu una vita povera di eventi, dedicata alla composizione di opere in albanese che spaziano in tutti i generi letterari e la cui importanza viene sempre meglio riconosciuta man mano che procede la pubblicazione dei manoscritti. A lui si attribuisce il merito di aver introdotto nella letteratura albanese il dramma e il romanzo.

Nella presente selezione, che prelude all’edizione dell’Opera Omnia, si è inteso dare la preferenza a testi per lo più inediti o mai più ripubblicati dove è possibile rinvenire alcune tra le sue pagine più valide dal punto di vista artistico. In tal modo la pubblicazione completa delle opere religiose e teatrali e delle Rapsodie (per lo più sue creazioni originali) finirà con il consacrare il valore poetico del Santori.

La sua visione del mondo in compendio si può individuare nei versi del dramma Miloscino (649-653), dove l’uomo viene descritto come

                                                             meteora

                              che in aria resta accesa

                              un attimo, poi cade

                              in oscuro deserto, divorante

                             sempre per rimanere ognora vuoto.

OPERE RELIGIOSE
Nel corso dell’esperienza francescana frate Antonio pubblicò due opere religiose: il Rrozārë i Shën Mërīs Virgjërë të Mīrvulīs (Rosario della Madonna del Buon Consiglio), Cosenza 1849, e il Krështeu i shëjtëruorë  (Il Cristiano santificato), Napoli 1855. Allo stesso periodo appartengono le incomplete Lodi della Beata Vergine. Di queste opere, tutte rientranti nelle ufficiature del rito latino, la più ambiziosa, anche per la sua mole, è Il Cristiano santificato, libro devozionale in versi e in prosa, dove, tra l’altro, è inserito il primo Discorso della IV Scala del Cuneus prophetarum del Bogdani. Le Lodi, il Rosario e Il Cristiano, rispecchiano precedenti testi poetici italiani e latini, che però vengono artisticamente rinnovati in forma sempre molto personale e suggestiva, sulla scia del Variboba. Intorno al 1854 il Santori volse in albanese il poemetto La divinità di Gesù Cristo del vescovo di San Marco Argentano, Livio Parladore, rivelando consumata maestria nell’uso dei metri e della rima.
Le Kalimere riprendono a livello letterario e con evidente originalità la tradizione arbëreshe dei canti eseguiti di sera per le vie e nelle case private per annunciare il tema della festa religiosa imminente. Ma è soprattutto nella Passione (configurabile come una smisurata kalimera) che il Santori rivela appieno un profondo spirito religioso, trasfuso in versi di potente forza icastica ed emotiva, non senza far emergere qua e là le sue doti di piacevole arguzia.

OPERE TEATRALI
Il Santori si dedicò al teatro fin da giovane, come dimostra la sua prima opera organica, la Neomènia, seguita a breve distanza dalla Clementina.
A prescindere dall’Emira che merita una trattazione separata, i lavori teatrali, tutti in versi tranne il Policarpo, possono suddividersi in tre gruppi: d’amore (NeomeniaClementinaLeucotea), storico-leggendari (Pietro StroriAlessio Ducagino, Miloscino), di costume (La vedova avaraSofiaPolicarpo). Non si è trovata traccia di una tragedia scritta anch’essa in albanese, il Geroboamo, segnalata da Alberto Straticò. Tra i manoscritti albanesi della Biblioteca Reale di Copenaghen si conserva un melodramma (Theca V, 58) di cui il Gangale nei Kommentare non fornisce però né il titolo né la trama. Le opere qui pubblicate si basano sui manoscritti santoriani della Biblioteca Civica di Cosenza.
Nella Neomenia i vari intrecci amorosi trovano lo snodo nel rapimento della protagonista da parte di un turco. Ciò dà l’avvio a un’impressionante sequenza di suicidi e decessi per crepacuore che trovano la loro spiegazione nell’assunto fondamentale che la vita senza l’amore, in tutte le sue sfaccettature, non merita di essere vissuta. La colpa di Clementina, innamorata di Liso, è solo quella di esser figlia di Menalippo che in gioventù respinse Kushedra (il nome significa “mostro marino”). Ora la megera ordisce la sua vendetta trasversale. Le Leucotea ritorna al tema della ragazza innamorata smarrita nel bosco, già svolto nella prima opera, ampliandolo con un serie di deliziose arie cantabili. Pietro Strori è il tipico eroe albanese dalla forza sovrumana che, tradotto al cospetto del Sultano, affronta coraggiosamente la morte. L’Alessio Ducagino non ha invece alcun intento patriottico, pur essendo ambientato in Albania nell’anno 1447. L’uccisione di Zaccaria Altisferi per mano del protagonista offre il destro al poeta per esporre la sua pessimistica visione del mondo. Il Miloscino (L’”ottavo melodramma” del manoscritto, posto di seguito al precedente), torna ad esaltare l’incredibile valore della stirpe albanese in un contesto più ampio e variegato. Pur essendo qualificata dall’autore come commedia, La vedova avara raggiunge toni drammatici nella descrizione degli squilibri economici e dello sfruttamento dei meno fortunati in un paese arbëresh negli anni successivi all’unità d’Italia. Nella Sofia si affronta il tema del groviglio di odio presente nei rapporti familiari e quello dell’educazione dei fanciulli alla socialità. Policarpo è lo stesso Santori, fatto bersaglio delle malevoli critiche paesane.
Pur non riducendosi come il Policarpo e la Sofia a poche pagine, incomplete risultano anche La vedova avara, la Clementina, e la Leucotea.
Il Miloscino e l’Alessio Ducagino sono ambientati in Albania; il Pietro Strori a Costantinopoli. La scena è a Santa Caterina Albanese per la Neomenia, la Clementina, la Sofia e il Policarpo; in un indeterminato paese albanese della Calabria nella Leucotea e ne La vedova avara.
Tra i manoscritti del Santori ho rinvenuto le prime due pagine di un dramma in italiano dedicato alla figura di Amesa, nipote di Scanderbeg e suo braccio destro, poi traditore della causa albanese.
Il Santori si cimentò anche nella traduzione italiana di una commedia di Francesco Cerlone, Il Commediante onorato o sia il Sigismondo [1772] (Kumedjandi i nderëm o Shixhizmundi të Frangjisk Çerllunit Napuljerë, i prjerrurë nd’Albëresh). Il Cerlone (Napoli 1730-1812), denominato “il Goldoni napoletano”, fu prolifico commediografo e librettista. Il suo influsso sulle opere del Santori potrebbe costituire il tema di una ricerca certamente fruttuosa.

OPERE VARIE
Questa terza sezione ospita una nuova e, si spera, più attendibile trascrizione di due opere già da altri precedentemente edite, Il Canzoniere albanese e Le Satire. Nelle Rime sparse vengono raccolte poesie rinvenute frugando tra i manoscritti della Biblioteca Civica di Cosenza. Ma il testo più interessante della sezione è senz’altro quello delle Rapsodie (finora solo parzialmente pubblicate), dove il Santori, ispirandosi ai canti popolari, produce alcune tra le sue creazioni più convincenti e veramente emblematiche dell’anima arbëreshe.
Diversamente che per le opere religiose e teatrali, a questi testi santoriani non segue la traduzione. Questa, che non poteva essere buttata giù invita Minerva, cioè senza ispirazione, differtur, non aufertur. Intanto si è preferito non rinviare per gli studiosi la fruizione del testo albanese. Il vantaggio dell’edizione elettronica è chiaramente anche quello di permettere il perfezionamento, nel tempo, della pubblicazione.

CRITERI DELL’EDIZIONE
Il Santori, come è noto, usa un suo personale alfabeto che viene di volta in volta qua e là modificato. Di conseguenza sarebbe necessario studiare l’alfabeto di ciascun testo. Ritengo più opportuno dedicare in seguito all’alfabeto del Santori uno studio a parte che tenga conto di tutti i suoi scritti. Per ora rinvio agli studi parziali sull’argomento, che non mancano. Se mi sia attenuto a criteri scientifici nella trascrizione, lo si potrà giudicare dalla coerenza interna e dai chiarimenti inseriti nelle note, dove si rende conto anche degli interventi correttivi su errori di stampa o lapsus calami. Particolarmente difficile è stato individuare il discrimine tra svista e intenzione dell’autore nell’oscillazione tra u e ë atone. Avverto che ho trascritto le grafie santoriane ­-mp-, -nt-, -nc- rispettivamente con -mb-, -nd- e -ng-, seguendo la pronuncia comune. Ho reso con il segno h l’aspirata in uso nel paese natale dell’autore, nonostante le grafie del tipo ghami adottate per influsso del De Rada. La punteggiatura è stata resa più conforme all’uso attuale. Ho aggiunto l’accento grave per chiarire casi dubbi, mentre invece, brandendo il rasoio di Ockham, ho sfrondato l’originale della pletora di accenti gravi e acuti. Gli accenti circonflessi (il cui uso non corrisponde a quello del De Rada) li ho considerati equivalenti al raddoppiamento della vocale, trascrivendo, ad esempio, con ī sia ii che î. Soprattutto ne Il Cristiano santificato il criterio dell’autore sembra essere quello di raddoppiare in finale (lipisii, trii) e ricorrere al circonflesso in corpo di parola (lipisîn, trîgjerë). Per problemi generali di impostazione può essere utile consultare le introduzioni alle mie edizioni critiche della Gjella del Variboba e dello Skanderbeku i pafān del De Rada, entrambe del 2005.
Tra parentesi quadre ho inserito le integrazioni editoriali, che riguardano sovente i titoli che l’autore ha trascurato di apporre. Ogni traduzione riproduce lo stesso numero di versi dell’originale, il che impone, data la maggiore brevità delle parole albanesi, la scelta di uno stile più stringato e lapidario. Auspico che nella nuova veste letteraria italiana il messaggio e l’arte del Santori abbiano l’opportunità di farsi apprezzare in un ambito culturale più ampio e qualificato.

LO STRANO CASO DELLA LETTERATURA ARBËRESHE
Un caso più unico che raro riscontrabile nella nostra letteratura è quello di Giuseppe Serembe, i cui versi sono stati encomiasticamente definiti da Dritëro Agolli “il libro sacro della poesia lirica albanese”. Ebbene, di questo autore sono praticamente sconosciuti gli originali e non resta che scegliere tra il testo pesantemente interpolato dal nipote Cosmo e quello congetturalmente ricostruito sulla scorta di una pedestre e pedissequa traduzione italiana dello stesso autore.
Se il Variboba si limitò a pubblicare solo il testo albanese della Vita della Beata Vergine Maria, il De Rada sempre e il Santori sovente affiancarono all’originale la relativa traduzione, per rendere possibile l’interpretazione, evidentemente disagevole per gli stessi arbëreshë dell’epoca, dei loro testi, infarciti come sono di termini rari e desueti o di neologismi coniati all’uopo. A distanza di un secolo e mezzo la situazione è peggiorata, in quanto lo stesso particolare italiano ottocentesco degli autori è diventato oltremodo indigesto e poco meno incomprensibile degli originali, la cui fruizione è ormai riservata a un esiguo drappello di arbëreshë ed eccezionalmente a qualche accademico schipetaro. Degli altri nessuno osa avventurarsi in questa terra incognita.
Intanto però il lavoro dei ricercatori va avanti e nuovi testi vengono riportati alla luce. Traslitterare un manoscritto e accompagnarlo eventualmente con la traduzione più o meno fedele dello stesso autore (anche se chiamarla traduzione è improprio quando il numero delle pagine è nel rapporto 1:2,5) è certamente opera meritoria che richiede acume e diligenza non meno che metodo scientifico, doti di cui d’altra parte non erano certo sprovvisti gli esperti imbalsamatori delle spoglie terrene del “presidente eterno” Kim Il-sung. Le migliori garanzie di scientificità nell’esecuzione del compito non valgono tuttavia a ridare la vita. Così, sapientemente mummificati, i nostri autori finiscono in un mausoleo virtuale con accesso riservato agli “happy few”.

POETRY IS WHAT GETS LOST IN TRANSLATION
È facile capire dove approdi il discorso precedente. Se vogliamo che il lettore italiano, arbëresh o schipetaro si accosti ai nostri classici, le loro opere devono essere riproposte in traduzioni che siano insieme comprensibili e valide dal punto di vista letterario.
L’obiezione, tuttavia, è già pronta da parte di chi fa un grande uso dell’aggettivo “intraducibile”, ispirandosi al motto, attribuito a Robert Frost, che costituisce il titolo precedente: la poesia è proprio ciò che nella traduzione va inesorabilmente perduto.
Niente è più vero e più falso di questo asserto. Più vero, perché la poesia nasce in una lingua determinata e l’armonia e la pregnanza dei termini che la caratterizzano non ammettono trasposizioni di sorta. Più falso, perché se è assodato che la traduzione non è la stessa poesia, essa può però essere una nuova poesia, secondo il principio del “tradimento creativo” di Wojciech Soliński, e niente vieta, almeno in linea di principio, che nella nuova lingua essa raggiunga un’armonia (anche quando rinuncia alla rima) e implicazioni di significato e risonanze culturali ignote all’originale.
Inoltre una traduzione riuscita in una lingua più diffusa come l’italiano, e ancor più l’inglese o, per essere più attuali, il mandarino, allarga enormemente il bacino dei potenziali lettori.
La presente traduzione ambisce a dare ad alcuni scritti del Santori (a volte del tutto sconosciuti) una nuova veste letteraria, pur nella ben intesa fedeltà agli originali. Forse i lettori constateranno che non ho colto nel segno, ma dovranno almeno riconoscermi il merito di aver individuato il bersaglio, a beneficio di più scelti tiratori.
Un grazie particolare devo al prof. Francesco Altimari per aver risolto innumerevoli dubbi e messo a mia completa disposizione le riproduzioni dei manoscritti, oltre a consentire l’inserimento nel sito dell’Università della Calabria di questa pubblicazione, per l’aspetto tecnico curata con la consueta solerzia e professionalità dall’ing. Battista Sposato.

Vincenzo Belmonte

6 luglio 2013

(*) L’atto di nascita riporta: Francesco Paolo Santoro; l’atto di morte: Francescantonio Santoro. Antonio era il nome da religioso. Per il cognome è prevalsa la forma Santori, usata anche dallo scrittore.

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